Nuovi fenomeni di gruppo
  • L'avarizia /stitichezza / anestesia
  • Non mi diverto / Non sono stato felice (formazione e felicità) Se cerchi carezze, vai dalla mamma. Se vuoi essere accolto festosamente, comprati un cane. Qui lo scopo è imparare.
  • L'alibi dell'autocommiserazione
  • Il privato e i "giochini" come difesa
  • Nessuna leadership = nessuna unità
  • Il quartiere "indigeno" e il quartiere dei benpensanti
  • Nessun potere = nessuna responsabilità
  • La controdipendenza mascherata
  • Assimilazione della differenza e fuga dal disagio
  • Dell'essere figlio, della morte e degli alberi
  • Invidia e gelosia
Quando il grande gruppo presiede ai comportamenti nel piccolo gruppo

Chiunque abbia esperienza di t-groups, laboratori sui climi o di comunità ha esperienza delle difficoltà espresse dai partecipanti nel passare dal funzionamento di piccolo gruppo quello di grande gruppo. L'appartenenza ed i comportamenti del piccolo gruppo fanno premio sul grande gruppo e si estendono dal micro al macro, disfunzionalmente, come mera trasposizione. Quello che non sapevamo, era che vale anche il contrario. Ora sappiamo che una preesistente appartenenza al grande gruppo estende con forza la sua influenza sui comportamenti nel piccolo gruppo, al punto da ostacolarne la nascita o lo sviluppo.

L'esperienza di cui parliamo, è nata dalla richiesta di realizzare un t-group residenziale per 3 gruppi formati da 25 allievi di un corso per "conduttore di gruppo" e una decina di partecipanti esterni. Il corso, che ha una durata di tre semestri, prevede 360 ore di presenza, e il t-group in questione è collocato al termine dell'iter. Come da richiesta del cliente, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi (ciascuno comprendente da 2 a 4 membri esterni) e sono stati coinvolti in 11 unità autocentrate di 90 minuti. I due terzi dei partecipanti appartenevano al grande gruppo dei "partecipanti al corso" costituito da oltre un anno attraverso la condivisione di seminari e momenti extra-aula. Un terzo si poteva considerare "esterno", anche se qualcuno aveva già avuto qualche incontro occasionale col grande gruppo.

La storia dei tre gruppi ha avuto un andamento simile, caratterizzato da un forte resistenza alla sintalità espressa da:

  • una reiterata presenza dell' assunto di base che Bion definisce di "accopppiamento"
  • la persistenza dei ruoli attribuiti nel grande gruppo, e quindi delle relazioni pre-esistenti fra i partecipanti
  • un'alleanza sotterranea (dissimulata e negata) fra i membri del grande gruppo tesa a controllare, assimilare e reprimere i membri "estranei"
  • la repressione o il rinvio ad altrove dei conflitti pur presenti fra i membri del grande gruppo
  • una sottomissione "passiva" dei membri esterni ai nuclei di potere, tradotta in certi casi come gregarismo ed in altri come auto-emarginazione
  • un' evidente incapacità a trovare una sintesi o un accordo su alcunchè, e, parallelamente, una leadership di piccolo gruppo
  • il ricorso ai rapporti di grande gruppo -preferiti a quelli di piccolo gruppo - negli intervalli del lavoro
  • costanti riferimenti a episodi e situazioni del corso, cioè del grande gruppo, presentato come idilliaco e fusionale

In conclusione, l'esperienza dimostra inequivocabilmente che i grandi gruppi, anche non istituzionali, possono assumere la forza di una "gestalt" e di un "campo lewiniano", capace di modellare e influenzare i comportamenti dei membri al punto da impedirne il cambiamento tramite esperienze di piccolo gruppo. Questo rafforza l'ipotesi dell'ARIPS che sia possibile utilizzare il grande gruppo come setting di formazione.

L' equilibrio instabile del "campo" (G.Contessa)

  • Il "campo di forze", secondo K.Lewin, è uno spazio fisico e psicologico capace di influenzare il comportamento dell'individuo, e che può essere influenzato dal comportamento dell'individuo. Il campo è un contenitore che dà forma al suo contenuto, ma che è da esso plasmabile. Il volume del campo limita l'ampiezza del potere d'azione del singolo, ma è anche espandibile grazie a questa azione. In funzione del tempo, ogni campo può essere definito "quasi-stazionario", cioè in equilibrio instabile e sempre modificabile.
  • Un piccolo gruppo, a certe condizioni, fuziona come un "campo di forze". Gli individui si distribuiscono su una scala infinita di atteggiamenti che va dal massimo di campo-dipendenza alla massimo di campo-indipendenza. Il soggetto campo-dipendente è autoplastico, mimetico, proteico: si modifica e si trasforma come il campo richiede. Il soggetto campo-indipendente è indifferente, colonizzatore o alloplastico: ignora le richieste del campo o si sforza di trasformare il campo a sua misura. Agli estremi della scala si collocano i comportamenti patologici che esprimono la negazione o del sè o dell'Altro.
  • La gran parte degli esseri umani è alla perenne e faticosa ricerca di un equilibrio fra dipendenza e indipendenza dai campi di forze che attraversano; il che spiega la tendenza a ridurre, in età adulta, il numero dei nuovi campi esplorati, cioè delle esperienze di apertura all'Altro.
  • In genere, la scelta auto-plastica è la più facile ma la meno soddisfacente. La sottomissione e la negazione del sè possono garantire nel breve termine una certa pace, ma alla lunga risultano faticose, e addirittura improbabili quando è richiesta una partecipazione attiva. Perchè tenga nel tempo e agisca non solo nell'impedire ma anche nell'agire, la dipendenza richiede un campo di forze molto forte. Questo si regista nelle gangs o nelle sette; nei gruppi a pesante legame ideologico, o in quelli a ledership totalitaria. Simili campi presentano una maggiore stabilità, ma anche maggiore fragilità di fronte a eventi traumatici.
    La scelta allo-plastica è più soddisfacente perchè consente una certa espressione del sè, ma è più faticosa e rischiosa. Per il semplice fatto che il mondo, l'Altro, il campo, non sono scenari passivi, semplici fondali dell'azione allo-plastica del soggetto campo-indipendente. Il campo resiste, si oppone, reagisce, ritorce e si vendica. L'intervento esige dunque un investimento energetico, l'assunzione di rischi, la messa in conto di errori, e la gestione delle conseguenze. Il carattere dei campi formati da oggetti allo-plastici è quello di una minore stabilità, ma anche di una maggiore duttilità e resistenza alle catastrofi.
  • Un gruppo autocentrato di formazione (come un t-group) è la proposta di nuovo campo che mette alla prova l'equilibrio consolidato dal singolo, fra auto e allo-plasticità. Il campo gruppale è totalmente quasi-stazionario nel senso che ha solo brevi momenti di cristallizzazione in un flusso di permanente mutazione. La mutazione dipende da un' infinità di elementi che vibrano, si muovono e si alterano, in modi diversi e tempi differenti, perchè ogni membro del gruppo cerca il suo diverso equilibrio. Il soggetto è dunque chiamato a fronteggiare sia auto che alloplasticamente, un campo turbolento e caotico. Ogni partecipante è spinto ad adattare se stesso al campo e il campo a se stesso, ma il campo è simile a un pullman pieno, che viene attraversato da una tromba d'aria mentre è in atto una scossa sismica.
  • Quali sono i fattori che, in concreto, influenzano il campo e ne sono influenzati? Che decidono la plasticità del singolo o favoriscono la plasticità del gruppo?
    • la struttura fisica (sedie, muri, calore, finestre, runore, ecc.)
    • la struttura temporale (quantità e sequenza delle ore di lavoro e di riposo)
    • il contenuto (ciò di cui si parla, l'argomento, il tema)
    • i ruoli sociali (le posizioni esterne al campo che sono o vengono rese note al gruppo)
    • il ricevente (l'ascoltatore, il o i partecipanti cui si rivolge l'emittente)
    • l'emittente (il parlante, il partecipante che comunica):
      • l'emittente come "maschera" (estetica, abiti, tucco, accessori, ecc.)
      • l'emittente come prossemica (dove/come si colloca nello spazio)
      • l'emittente come gestualità (postura, gesti, movimento)
      • l'emittente come mimica (le espressioni del volto, gli sguardi, i sorrisi, ecc.)
      • l'emittente come voce (timbro, tono, volume, accento, cadenza, ecc.)
  • Ogni momento dell'esperienza di gruppo è influenzato da tutti questi fattori, e tutte le azioni di tutti i partecipanti (ivi compresi il silenzio e l'inazione) influenzano e sono influenzate da questi elementi. L'influenza non è necessariamente consapevole, anzi non lo è quasi mai. Raramente, sia chi mette in atto un comportamento sia chi ne subisce l'influenza è consapevole. Raramente anche, i comportamenti sono osservati nelle loro parte visibile. Più spesso essi si esprimono e creano conseguenze senza che i presenti se ne accorgano: ciò che viene notato - e non sempre immediatamente compreso- è il risultato.
    Il risultato, momento per momento, può essere soddisfacente per alcuni e non per altri.
  • Chi cerca di modificare il campo, deve farlo giocando la carta giusta al momento giusto e nel modo giusto. E questa carta significa: il "comportamento che funziona" per cambiare il campo. Nessuno può sapere quale sia questa carta, perchè ogni campo ed ogni momento sono diversi. Non esiste formula, se non "provare e riprovare". Il desiderio alloplastico esige un investimento energetico, l'assunzione di rischi, la messa in conto di errori, e la gestione delle conseguenze. Saper rischiare, sapersi perdonare gli errori, sostenere il senso di colpa e gli eventuali attacchi reattivi del campo sono le competenze minime per stare nel campo gruppale.
  • Giocare sempre una sola carta, cioè mettere in campo un solo e ripetitivo comportamento è qualcosa che non serve perchè non è nè auto nè allo-plastico, non cambia il sè e non muta il campo. Giocare di continuo una carta significa escludere l'incontro con l'Altro, cioè escludere il cambiamento e, in definitiva, l'apprendimento.

Figure dell'Alterità e formazione di gruppo

L'essere umano nasce come frattale del mondo. I.Matte Blanco afferma che "l'inconscio è un insieme di infiniti". L'Alterità è, alla nascita, dentro il sè come potenziale infinito.

L'educazione è la continua riduzione del mondo a quella che chiamiamo "personalità": un fittizio e mobile, ma rassicurante, centro di gravità. Un'illusione e una convenzione per la tregua con se stessi. Al termine di un processo educativo l'Alterità è tutto ciò che è fuori dal sè. L'Altro, da interno, diventa il mondo esterno.

La formazione di gruppo è il tentativo di ripristino dell'infinito interno, attraverso un'esperienza forte di Alterità. Ciò che è stato ridotto con l'educazione, viene espanso con la formazione. Il possibile, rimosso nel processo di costruzione della personalità, viene illuminato; il potenziale tende a diventare potere; l'Alterità esterna fa risuonare quella interna.

  • L'Altro come limite
    Nel corso del processo di selezione del mondo mirato alla costruzione della personalità, l'Alterità espunta, allontanata e negata, assume gradualmente il significato di "limite". Ciò che viene "messo fuori" diventa "messo contro". L'Altro differente viene considerato ostacolo, barriera, confine. Il mondo una jungla infida. Gli altri dei barbari minacciosi. L'incontro assume spesso i contorni del pericolo. Il contatto ha le sfumature del contagio. L'avvicinamento alimenta il fantasma dell'aggressione. In linea generale l'Altro è il nemico, con cui spesso si è costretti a fare i conti.

  • L'Altro come concorrente
    Quando ci si sente costretti a fare i conti col nemico, l'atteggiamento si concentra sull'utilità dello scambio. L'Alterità diventa un'entità con cui negoziare. L'Altro è il partner di uno scambio che speriamo sia a nostro vantaggio. Nel casi migliori lo scambio è un "do ut des"; nei peggiori si fonda sull'"io vinco tu perdi". L'Altro è da assimilare, colonizzare, controllare, conquistare, annientare alla stregua di un "mercato" o di un concorrente commerciale. Se va bene, la relazione diventa un contratto; gli scambi sono contabilizzati; il profitto è il frutto dell'inganno. Se va male, uno vince sull'altro, ma la vittoria assomiglia alla sconfitta perchè il territorio conquistato è un cumulo di macerie, ciò che è assimilato, colonizzato, controllato perde il suo carattere di Alterità. E il possibile che era in noi sprofonda nella dimensione del rifiuto.

  • L'Altro come origine e destino
    Conoscere è riconoscere. L'Altro, espunto nel corso del lungo processo educativo dal nostro interno infinito, si ripresenta al momento dell'incontro. L'esterno irrompe e, se ci consentiamo di riconoscerlo, mostra la sua natura di radice e di meta. L'Alterità ci appartiene alla nascita e ci costruisce giorno per giorno, fino alla fine. Essa non è a fianco ma dentro il soggetto, che è sempre e solo le sue relazioni col mondo. Il soggetto non è mai individuale, ma sempre plurale. Non è l'io che si incontra con l'Altro. E' l'incontro che costruisce l'io e l'Altro, come due dimensioni dello stesso universo. Nessuno pensa e poi comunica: ognuno pensa attraverso la comunicazione. Siamo e diventiamo mediante le relazioni con l'Altro.

LAB GrGr di G.Contessa

I fatti

I 44 partecipanti provengono da una stessa organizzazione nazionale e comprendono diversi livelli di responsabilità; l'interfaccia del committente è entrata a far parte dello staff, col ruolo di osservatore.

Sabato 1° unità (9,30 - 13)

  • I partecipanti arrivano puntuali, si lasciano bendare con disponibilità.
  • I 45 minuti dell'esercitazione registrano: 8 partecipanti restano immobili e silenziosi; 12 si raggruppano in 3 sotto-gruppi da 4 persone; e i restanti formano 12 coppie.
  • Alla sbendatura, gli interventi sono racconti descrittivi dell'esperienza a basso conteuto emotivo
  • Il compito (Vedi) non sembra creare alcuna competizione nè urgenza organizzativa. Poche le domande al conduttore. Il tavolo al centro della stanza, su cui stanno gli stampati del compito e un mucchi di "figurine colorate" non genera particolari attenzioni.
  • Segue un comportamento "a sciame" (non elaborato nè deciso) sia per l'uso del buffet, cui nessuno accede individualmente, sia per una divisione in sotto-gruppi spontanei che discutono del "compito", rstando nella stanza . La divisione sembra avere solo un criterio casuale. Nessuna interazione col conduttore.

Sabato 2° unità (14,30 - 19)

  • Per un'ora e mezza i sotto-gruppi continuano. Il conduttore, non verbalmente, prende un membro da ogni sotto-gruppo e lo porta al tavolo centrale, dove si crea un altro sotto-gruppo che si mette a lavorare con le figurine per creare un collage tridimensionale. Nessuno (nè sotto-gruppi nè membri staccati) pone domande o obiezioni.
  • L'arrivo del primo messaggio sull'avanzamento del "gruppo di Bologna" viene evaso con indifferenza
  • Il lavoro del sotto-gruppo centrale (collage) viene ignorato, nè viene elaborata la sua esistenza
  • I partecipanti si confrontano sul tema: continuare la simulazione o discutere di un problema reale dell'organizzazione. Stallo persistente per oltre tre ore. Gli interventi dei conduttori sono ignorati o respinti.
  • L'arrivo del secondo messaggio sull'avanzamento del "gruppo di Bologna" viene evaso con un applauso
  • Il compito è sostanzialmente trascurato

Sabato 3° unità (21 - 23)

  • Le comunicazioni sono rarefatte. Si crea un piccolo gruppo di ostruzione, che di fatto blocca ogni decisione. Il compito viene svalutato "Decidiamo in 15 minuti e poi passiamo oltre....", malgrado siano evidenti le divisioni che esistono. Gli interventi "razionali" vengono ignorati.
  • Persiste una configurazione a "rete", con le realtà periferiche a forte spinta autonomistica.

Domenica 4° unità  (9 - 12)

  • L'arrivo del terzo messaggio sull'avanzamento del "gruppo di Bologna" viene evaso con un applauso. Continuano gli interventi di ostruzione. La decisione resta lontana malgrado gli sforzi del conduttore.

Domenica 5° unità (12 - 13)

  • Numerose razionalizzazioni da parte dello staff. Numerose domande. Buona partecipazione emotiva.

Le riflessioni

  1. Le resistenze espresse come controdipendenza
  2. La controdipendenza agita come comportamento compiacente
  3. La differenza tollerata senza dialogo
  4. L'insieme come mosaico e non come affresco (giustapposizione senza unità)
  5. Le relazioni come legami confermativi/replicativi e non generativi
  6. Movimenti "a sciame"
  7. Bassa identificazione con il grande guppo
  8. Assenza di leadership costruttiva (solo ostruzionista)
  9. L'appartenenza al macro come contenitore del micro
  10. In sintesi: questa organizzazione -grande gruppo- ha i caratteri della totalità (le differenze sono incluse); Il che frena l'appartenenza, se non formale: questo grande gruppo ha più i caratteri dell'organizzazione tradizionale che per es. di una tifoseria. Il Lab - e il tipo di simulazione ha rafforzato il vissuto - è stato visto come una forzatura del centro contro le periferie, quindi ha fomentato la controdipendenza. Questa è stata gestita in modo obliquo, anche per la presenza della gerarchia, che non poteva essere affrontata direttamente. L'esperienza non ha avuto nessuna ipotesai di apprendimento. I movimenti "a sciame" (intervalli e sotto-gruppi) sembrano essere stati le uniche modalità tipiche da grande gruppo.

Le domande (per le future sperimentazioni)

  • La composizione del grande gruppo di tipo "cousin" ha inciso sulla costruzione dell'appartenenza, che è stata data per scontata?
  • La presenza di ruoli di autorità ha inibito l'espressività dei partecipanti, e insieme favorito la controdipendenza?
  • La silenziosità dei ruoli gerarchici ha creato diffidenza e inibizione?
  • La presenza nello staff di un membro dell'organizzazione ha inibito l'espressività, e insieme favorito la controdipendenza?
  • La simulazione troppo "vicina" ha favorito le difese dal compito?
  • Il comportamento "a sciame" va considerato come fisiologia del grande gruppo?
  • Il rifiuto della competizione va letto come controdipendenza o come difesa?
  • La presenza del VCC ha creato inibizione?
  • La cultura "federativa" dell'organizzazione ha segnato il carattere dell'esperienza, compromettendo il processo fusionale?