Il contributo
di Guido Contessa sviluppa ed ordina alcuni concetti espressi al Convegno
di Viareggio durante il lavoro di gruppo su " La nuova organizzazione
del Welfare State: decentramento e volontariato ". Lintervento
era risultato allora abbastanza provocatorio. Lo riproponiamo in questa
redazione definitiva perché ci pare valido per stimolare lapprofondimento
di alcune tesi sul volontariato e sul suo tipo di presenza.
La
Direzione di " Animazione Sociale " ha sempre
lasciato ai collaboratori la responsabilità delle proprie affermazioni:
solo in tal modo infatti si può sfuggire ad ogni tentativo
di ideologizzazione e favorire un dibattito ampio, condotto con stile
dì corretta liberalità.
SOMMARIO: 5.
Il confine operativo del volontariato
I. Volontariato
e partecipazione
2. Volontariato e lavoro
3.Volontariato fra pubblico e privato
4. Il volontariato equivoco
4.1 Sfruttamento dei soggetti volontari
4.2 Copertura delle inadempienze pubbliche
5. Il confine operativo del volontario
5.1 I "bisogni di frontiera", territorio elettivo del volontariato
5.2 Il secondo grande territorio del volontariato è quello
della interazione dei servizi già ragionevolmente efficienti
6. Conclusioni: il volontariato è ovunque ed è bene
che operi in territori delimitati e transitori
Non
cè dubbio che il termine " volontariato " sia
divenuto molto attuale: i numerosi incontri e convegni sui tema lo
dimostrano.
Tuttavia
mi sembra che la frequenza con cui il termine è adoperato non
sia proporzionale alla chiarezza dei suoi contorni.
Gli equivoci
di definizione consentono operazioni di dubbia trasparenza, che rischiano
di veder raggruppate, sotto lo stesso titolo, attività molto
diverse e magari con finalità non ugualmente nobili.
1. Volontariato
e partecipazione
Possiamo
considerare partecipazione quella attività dei cittadino tesa
a contribuire alle decisioni di istituzioni locali o statali, pubbliche
o private. Il cittadino che partecipa alle riunioni del Consiglio
di Zona, agli organi collegiali della scuola, alla vita di sezione
dei partito o del sindacato, ad assemblee, cortei, incontri e discussioni,
non fa altro che esprimere la sua vocazione di " animale politico
" e realizzare un suo preciso diritto-dovere. Possiamo dire che
quando il cittadino si limita ad offrire la partecipazione delle sue
idee presso quegli enti o servizi di cui è utente, diretto
o indiretto, non si configura unazione di volontariato. La ragione
di questa distinzione può ricercarsi negli elementi di "
dovere " collegati allo status di cittadino o di utente: ciascuno
ha il dovere di contribuire con le sue idee alla vita della civitas
o dei servizi.
1.1 Ci
sono tuttavia due aree di casi nei quali la partecipazione si identifica
col volontariato, e sono quelli nei quali lelemento "
dovere " viene meno.
La prima
area è quella della partecipazione allattività
politica e sindacale, come militante o quadro non retribuito, o come
delegato o rappresentante. Costoro non solo espletano un diritto-dovere
di partecipazione, ma si accollano carichi di responsabilità
ed operatività eccedenti rispetto a quelli dei normali cittadini:
e fanno questo come servizio volontario alla - comunità.
La seconda
area è quella dei cittadini che partecipano a titolo gratuito
ad enti, gruppi, associazioni di cui non sono utenti né diretti
né indiretti. Appartengono a questarea coloro che fanno
parte del direttivo di una società sportiva, che promuovono
gruppi di iniziativa culturale o ricreativa, che dirigono associazioni
giovanili ecc.
1.2 Infine
possiamo identificare unarea intermedia fra partecipazione
e volontariato, in quelle prestazioni di cittadini che non si
limitano alle idee ma arrivano ad attività operative. Per
esempio, i genitori che collaborano manualmente alla costruzione
di un campo-giochi nei giardino della scuola; o i cittadini che
collaborano attivamente ad una campagna di sensibilizzazione. Insomma
credo che laddove non esista lelemento dei dovere civico,
ogni attività si può definire volontariato.
2. Volontariato
e lavoro
Capita
di sentir parlare di volontariato a tempo pieno. Questa idea mi sembra
sottenda una confusione fra volontariato e lavoro in senso proprio.
Ciò che caratterizza il lavoro è lelemento necessità.
Ogni attività svolta per sopravvivere e remunerata con un corrispettivo
anche modesto, si può definire come lavoro o professione. Il
volontariato a tempo pieno si può trovare solo nei casi in
cui il soggetto volontario abbia altrove le proprie fonti di sostentamento.
Se definiamo come volontaria unattività da cui si trae
sostentamento, allora rischiamo di omologare al volontariato ogni
attività lavorativa. Anche coloro che operano in cooperative
o associazioni, se lo fanno a titolo remunerato, e non dispongono
di altre fonti di sostentamento, non si possono definire altro che
come lavoratori.
Non esiste
alcuna differenza fra chi presta la propria opera retribuita per una
cooperativa o per una società per azioni o per un ente locale.
Associazioni,
gruppi, enti che attraverso convenzioni con enti locali appaltano
un servizio, non sono distinguibili dalle comuni società commerciali.
Lassenza di scopi di lucro che solitamente caratterizza le associazioni,
non riguarda i singoli operatori che sono in ogni caso lavoratori
salariati. La convenzione costituisce una diversità solo nel
caso in cui il corrispettivo versato dallente locale fosse molto
al di sotto della prestazione effettuata dallassociazione. Questo
caso si configura più come un contributo che come una convenzione,
e rischia di assumere connotati di lavoro nero, come vedremo nel paragrafo
4.
3. Volontariato
fra pubblico e privato
Spesso
si cataloga il volontariato come " privato " in opposizione
al " pubblico ". Questo equivoco va di pari passo con quello
che identifica il pubblico con il comunale e lo statale. Allo stato
attuale delle cose nel nostro Paese, sarebbe più giustificata
unequivalenza opposta. Per esempio, io statale ed il municipale,
nellattuale regime partitocratico e quasi corporativo, è
assai più spesso gestito come privato (nel senso di sottratto
alla collettività) che come pubblico. Ogni tipo di volontariato
vero, inteso come servizio disinteressato e " non doveroso ",
è pubblico in quanto a beneficio della collettività
o di sue componenti. Il volontariato nasce certamente da spinte e
motivazioni personali, ma è pubblico dal momento che si prefigge
di rendere un servizio alla collettività; il pubblico (statale
o municipale che sia) nasce da motivazioni collettive, ma è
spesso privato, nel senso di strumentalizzato a fini personali o categoriali.
Tuttavia se è lecito attribuire al volontariato il carattere
di servizio pubblico, è assai pericoloso ridurre il concetto
di servizio pubblico nellarea del volontariato. Esistono molti
servizi ed operatori pubblici che si sforzano continuamente di operare
come un vero servizio alla collettività; come esistono molti
volontari che operano in unottica privatistica. Occorre dunque
sfuggire a pericolose dicotomie. Il lavoro sociale, sia pubblico che
privato, sia volontario che professionale, deve essere sempre finalizzato
alla fornitura di servizi alla comunità o a sue componenti.
Nei decennio
70-80 larea sociale privata, cioè né
statale né municipale, è stata demonizzata; sarebbe
sciocco demonizzare, nel prossimo decennio, tutto ciò che è
statale. Se si è rivelata assurda ed insostenibile lipotesi
del Welfare State, cioè di uno Stato protettivo dalla culla
alla tomba, non è meno assurdo il ripescaggio di uno Stato
di tipo liberale ottocentesco, basato sul " lasciar fare "
ai privati.
4. Il
volontariato equivoco
Una
forma assai diffusa di volontariato è quello che nasce da motivazioni
di apprendimento o di inserimento al lavoro. Medici, avvocati, architetti,
ma anche psicologi, assistenti sociali, infermieri, insegnanti, sono
soggetti a lunghi periodi di tirocinio prima, e di precariato poi.
Spesso si tratta di riti di iniziazione molto pesanti, imposti da
corporazioni potenti ed elitarie; spesso invece si tratta di serio
addestramento " sul campo ".
Troviamo
così laureati in psicologia che fanno i volontari presso Ospedali
Psichiatrici; medici che fanno i volontari in corsia; ricercatori
volontari allUniversità; maestre volontarie presso soggiorni
estivi per minori. Il termine volontario viene usato in questi casi
per sottolineare la totale o parziale gratuità della prestazione;
lassenza di un vincolo contrattuale di lavoro; la possibilità
permanente di espulsione.
Dietro questo
uso del termine di volontario si nascondono cioè situazioni
di precariato, di addestramento o addirittura di lavoro nero. Questa
situazione equivoca non solo danneggia il singolo operatore, ma anche
limmagine del volontariato in genere: essa nasconde una realtà
di vero e proprio sfruttamento. Sfruttamento che non viene operato
solo da individui od organizzazioni private, ma sancito anche dallo
Stato, come nel caso degli insegnanti, degli assistenti universitari
o degli infermieri. Il vero volontariato organizzato dovrebbe lottare
con fermezza contro queste situazioni ambigue ed inquinanti.
Il problema
del rapporto fra volontariato e lavoro nero è particolarmente
delicato ed apre due fronti di problemi.
4.1
11 primo fronte è quello relativo allo sfruttamento dei
soggetti volontari. Possiamo dire che unattività
è davvero volontaria quando non deve ragionevolmente essere
retribuita, cioè quando è accessoria e non sostitutiva.
I volontari
che lavorano al posto di operatori pubblici; quelli che prestano servizi
al posto di servizi pubblici inesistenti; quelli che accettano convenzioni
molto lontane dai normali livelli retributivi: possono essere definiti
" volontari dello sfruttamento ".
Poco importa
se dal punto di vista soggettivo costoro riportano dal loro servizio
qualche gratificazione dordine morale, qualche beneficio di
status, o qualche vantaggio perverso. In fondo nessun lavoratore sfruttato
è del tutto privo di questi vantaggi soggettivi, che sono appunto
la sola contropartita allaccettazione dello sfruttamento. Essi
sono oggettivamente sfruttati nel senso che lente presso cui
prestano la loro opera, ottiene dal loro lavoro dei benefici economici,
di prestigio o di potere che non retribuisce. Occorre disoccultare
attentamente queste situazioni anche laddove non appare un beneficio
(Marx direbbe un plusvalore) economico. Spesso si tratta di benefici
di potere o di prestigio, per le organizzazioni o per i capi. Per
esempio, luso di volontari sfruttati nelluniversità,
non offre guadagni materiali a nessuno, ma consente una diminuzione
della conflittualità studentesca, una maggiore pace sociale,
e quindi una maggiore forza dei burocrati degli atenei o del ministero.
La non retribuzione
del plasma offerto dai donatori di sangue, consente una labilità
dei controlli sul mercato del plasma offrendo possibilità di
speculazioni economiche o di potere da parte dei gruppi preposti alla
distribuzione. (Qualcuno si è scandalizzato di fronte a questa
affermazione, sostenendo che, retribuire il sangue, potrebbe incentivare
un vile mercato; tuttavia questo problema potrebbe essere risolto
attraverso retribuzioni collettive per zona, da destinare ad iniziative
socialmente utili). In sostanza direi che volontaria è solo
quella attività che completa, si aggiunge, arricchisce un servizio
sociale attrezzato per funzionare a livelli normali di efficacia.
Laddove il volontariato sostituisce, vicaria, sta al posto di servizi
sociali inesistenti o inefficaci, dobbiamo parlare di sfruttamento.
Volontarie sono quelle attività senza le quali una collettività
avrebbe un funzionamento normale e civile. Se il servizio volontario
diventa necessario, si equipara al lavoro, che, se non è retribuito,
è definibile come nero.
4.2
Il secondo fronte di problemi, connesso al primo, è quello
che riguarda la copertura delle inadempienze pubbliche.
Questo
rischio appare evidente nelle situazioni convenzionate. Le aree di
bisogno della comunità sono infinite per numero e per quantità,
ed il livello di consapevolezza dei bisogni è un processo che
si evolve storicamente. Le istituzioni pubbliche, di governo o di
servizio, in una società civile e moderna, hanno il dovere
di rispondere ai bisogni che emergono a consapevolezza presso larghi
strati sociali, a livelli ragionevoli di efficacia, pur in base a
criteri economici.
Affermare
questo, con decisione, significa riconoscere allo Stato moderno un
ruolo preciso di responsabilità, di solidarismo e di servizio.
Non vorrei
che dietro tutto questo entusiasmo per il riflusso, il privato, il
" fai da te ", laiutiamoci a vicenda, si nascondesse
una nostalgia per uno Stato che si limiti a riscuotere le tasse, offrendo
in cambio qualche guerra ogni tanto. Il crescente interesse mostrato
da molti Ministeri italiani per il volontariato odora fin troppo di
tentazione abdicataria. Uno Stato che ha fallito nello scorso decennio
lipotesi del Welfare State, sembra ora molto interessato ad
una ristrutturazione del sociale basata sullauto aiuto collettivo.
Magari con tanto interesse per una ripetizione del modello delle scuole
religiose., le quali, ricche come sono di volontariato, consentono
allo Stato un enorme risparmio per le spese distruzione.
Di fronte
a questo tentativo tanto più seducente quanto più si
presenta come " liberale ", occorre ribadire che uno Stato
moderno e civile non serve affatto a tutelare i confini minacciati,
battere moneta e punire la devianza, ma serve soprattutto a fornire
adeguati servizi (educativi, sanitari, assistenziali, ecc.). I servizi
sono adeguati quando rispondono con ragionevole efficacia ai bisogni
consapevoli in larghi strati. Lo Stato non deve, né può,
dare tutto; ma deve fornire ai cittadini i servizi essenziali ad una
vita civile.
Da questa
impostazione emerge chiaro il confine operativo del volontariato.
5. Il
confine operativo del volontariato
Esso
deve agire in quelle aree di bisogno che non hanno ancora raggiunto
la coscienza di larghi strati di popolazione, oppure deve agire per
integrare, perfezionare, ampliare quei servizi che sono già
ragionevolmente efficienti.
5.1 I
" bisogni di frontiere ", territorio elettivo
del volontariato.
Dieci
anni fa il problema della tossicodipendenza era agli albori, toccava
infime minoranze giovanili, non sfiorava affatto la coscienza della
popolazione: era insomma una nuova frontiera di bisogno.
Il volontariato
si è impegnato con enormi meriti in questo settore e legittimamente,
in quanto sarebbe stato prematuro chiedere alla collettività
di farsi carico istituzionalmente del problema. Oggi il problema è
enorme sia sul piano quantitativo (migliaia di individui ne sono coinvolti)
sia su quello qualitativo (ne è coinvolta unintera generazione
giovanile); inoltre è ben presente allopinione pubblica,
alla stampa, alle organizzazioni di massa, alla coscienza collettiva.
Che lo Stato sia così assente da questo problema anche oggi,
è semplicemente scandaloso; questo riporta il nostro Paese
in condizioni da Medioevo. Che dei volontari se ne occupino, rischia
di essere una pericolosa copertura. Su questo tema il volontariato
ha oggi il dovere di muovere una seria lotta allo Stato e agli Enti
locali, rifiutando convenzioni da elemosina o da sfruttamento. In
altre parole, il volontariato ha come territorio elettivo quello
dei bisogni di frontiera, ma deve evitare, se non vuole colludere
con le vergognose abdicazioni dello Stato, di agire in territori che
di frontiera non sono più.
Questo
non significa lasciar morire per le strade i giovani tossicodipendenti,
ma semmai dare al volontariato una connotazione di lotta politica
pressante.
Temi simili
a questo, che da temi di frontiera sono divenuti centrali, sono molti
altri: la tutela ambientale, lassistenza agli handicappati fisici
e mentali, l'analfabetismo, ecc.
Fra i temi
ancora di frontiera se ne possono indicare a decine, e tutti possono
considerarsi territori del volontariato: i problemi del bambino ospedalizzato
o del parto non traumatico; quelli delle donne mastectomizzate; leducazione
popolare permanente; i problemi del nomadismo e così via.
5.2 Il
secondo grande territorio del volontariato è quello della integrazione
dei servizi già ragionevolmente efficienti.
È.
ovvio che il termine " ragionevolmente " è dinamico,
cioè suscettibile di cambiare in base alla situazione storica
concreta di un Paese. Esso è la sintesi dialettica fra bisogni
e risorse, fra valori e mezzi disponibili. Per esempio, nel 1980 il
valore di dignità riconosciuto ad ogni persona è tale
da far considerare necessaria una assistenza ad individui handicappati:
essi devono disporre di servizi collettivi di riabilitazione e di
assistenza e di servizi personalizzati di sostegno. Tuttavia il bisogno
reale di certe forme di handicap è quello di una assistenza
personalizzata, qualificata e continuativa: il che in astratto vuole
dire 4 o 5 operatori per ogni individuo handicappato. Questo
mi sembra che vada oltre le risorse disponibili nel nostro Paese attualmente.
Perciò il volontariato può legittimamente operare verso
gli handicappati forme di assistenza o di sostegno, ad integrazione
di servizi di per sé efficaci.
Il servizio
pubblico non può essere del tutto personalizzato e non potrà
mai fornire servizi accurati e completi ad individui o minoranze.
Allora il volontariato può occuparsi dellintegrazione
e del perfezionamento di certi servizi, accanto ed in collaborazione
con gli operatori dei servizi.
Questo
però non significa sostituire nei cronicari un personale
inesistente o inefficiente; vicariare il deserto delle comunità
alternative; tappare i buchi di una scuola dellobbligo inadempiente.
Per concludere,
il volontariato deve rifiutare di fungere da coperchio alle numerose
contraddizioni sociali e da forza di riserva di uno Stato incapace
di essere civile.
6. Conclusioni
Seguendo
il filo del discorso possiamo concludere che il volontariato da una
parte è ovunque, dallaltra è bene che operi in
territori delimitati e transitori.
Dicendo che il
volontariato è ovunque sottolineiamo che ogni azione umana,
finalizzata a un servizio collettivo e svincolata dal carattere di
dovere, è unazione di volontariato. Non è volontariato
il solidarismo reciproco, per un familiare o il vicino di casa. Non
è volontariato la partecipazione alla vita civile e politica.
Né lo sono il tirocinio, il precariato, lapprendistato,
o peggio ancora il lavoro nero. Ma è volontariato il lavoro
straordinario gratuito dellassistente sociale che segue un caso;
limpegno del delegato di reparto; il lavoro del genitore nella
scuola; lassistenza psicologica verso cronici o handicappati.
Così inteso il volontariato è unazione collettiva
e diffusissima, sia essa organizzata o individuale.
Dicendo
che il volontariato è bene che operi in territori delimitati
e transitori, intendiamo dire che esso deve agire o in settori
integrativi di servizi già ragionevolmente efficaci o in settori
di frontiera. In questi casi è importante che il volontariato
si autodelimiti con precisione costringendo il servizio pubblico ad
occupare lo spazio che gli compete senza abdicazioni; e che si prepari
a lasciare il territorio di frontiera occupato, o trasformandosi in
professione o diventando integrativo.
Insistere
con forza sui carattere non doveroso ed integrativo del volontariato,
significa intenderlo inestricabilmente connesso ad unazione
di lotta politica. Il volontariato cioè sarà tanto più
se stesso quanto più lotterà per essere accessorio ad
unorganizzazione pubblica che si assume le sue responsabilità.
*Estratto
dal n. 35 della rivista "ANIMAZIONE
SOCIALE" SOCIETÀ
EDITRICE NAPOLETANA- pag. 167-177
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